La città dei tre laghi

Negli ultimi mesi mi sono trasferito, per motivi di lavoro, dalla mia natìa Calabria alla città di Mantova, in Lombardia. Si potrebbe dire che sono passato dalla “città dei tre colli” (Catanzaro) alla “città dei tre laghi”. Ne sto approfittando per scoprire tutte le caratteristiche della terra che mi sta ospitando, che mi era prima pressoché sconosciuta, e per imparare ogni giorno qualcosa che rende questa città unica e speciale. L’accoglienza calorosa che i cittadini mantovani mi hanno riservato (colleghi, vicini, negozianti) ha di certo aiutato e stimolato questa mia curiosità e mi ha invitato, nel mio tempo libero, a fare spesso da turista per le vie del centro e ad informarmi su tutto ciò che caratterizza Mantova e le sue tradizioni. Ora che ho raggiunto un certo livello di cultura mantovana, ho deciso di scriverne un po’ sul blog, a beneficio della mia memoria e dei miei (pochissimi) lettori, che magari si ritroveranno curiosi di visitare questi posti.
Inizierò il mio racconto, oggi, proprio dai tre laghi che circondano Mantova come se fosse una penisola nel bel mezzo della pianura padana.

Tanto per cominciare, è bene sapere che i laghi non sono propriamente tre, ma si tratta di un unico specchio d’acqua che circonda la città su tre lati. La divisione in Lago Superiore, Lago di Mezzo e Lago Inferiore è data solo dai due ponti che ne attraversano le sponde, unendo il centro cittadino con le terre più a nord: il Ponte dei Mulini ed il Ponte di San Giorgio. Anzi, se dobbiamo dirla proprio tutta, non si tratta neanche di laghi naturali: i laghi di Mantova sono frutto di un’opera ingegnosissima del bergamasco Alberto Pitentino, che nel XII secolo creò un imponente sbarramento sul fiume Mincio, proprio all’altezza del Ponte dei Mulini, che rallentò il corso del fiume nel tratto che costeggiava la città, lo allargò a formare i tre laghi e diede vita ad un fiume secondario che scorreva a sud della città. Oggi questo fiume non c’è più, è stato prosciugato per far spazio alla crescita della città, ma per più di 500 anni ha protetto Mantova dai pericoli dell’uomo (rendendola di fatto un’isola e quindi più difficile da attaccare) e della natura (dando sfogo alle piene del Mincio, evitando così che causassero inondazioni) e le ha dato ricchezza (alimentando decine di mulini, che davano il nome al ponte).

L’elenco delle opere di ingegneria idraulica di Mantova non si chiude qui: nei secoli successivi, ad unire il Lago Superiore e quello Inferiore fu costruito anche un canale, che i mantovani chiamano il Rio, che passa proprio nel centro cittadino e termina nel porto Catena (così chiamato a causa dell’enorme catena che ne chiudeva l’ingresso per regolare il transito delle imbarcazioni). La parte centrale di questo canale è oggi interrata e scorre sotto Piazza Martiri di Belfiore: per realizzarla, venne abbattuto anche un convento (ma non il suo campanile, che si trova ancora accanto alla piazza).
Oggi, a Mantova, resta il bellissimo parco fluviale del Mincio ed il fascino di città che sembra sorgere dalle acque con il suo caratteristico profilo (o “skyline”, se siete anglofili). Il visitatore cha arriva da nord la vede avvicinarsi come una sorta di Venezia in miniatura, pronta ad accoglierlo con i suoi tesori artistici ed architettonici che una gloriosa storia (ed il dominio dei Gonzaga) le hanno lasciato in eredità. Anzi, ci hanno lasciato in eredità, visto che l’UNESCO ha deciso nel 2008 di annoverare Mantova e la vicina Sabbioneta tra i patrimoni dell’umanità intera. Ma di questo (ed altro ancora) parlerò la prossima volta.

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