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I tuoi dati sono al sicuro?

Volenti o nolenti, dobbiamo ammetterlo: una parte della nostra vita é ormai digitale. A differenza dei più giovani, i cosiddetti “nativi digitali”, noi siamo nati in un mondo nel quale possedere una cosa significava averne una rappresentazione tangibile, qualcosa che si potesse toccare, conservare, mettere al sicuro e proteggere da accessi estranei. Possedevamo del denaro quando avevamo monete o banconote in tasca, e per proteggerlo lo mettevamo nel salvadanaio o in cassaforte. Conservavamo una lettera o una cartolina di un nostro amico sotto forma di un foglio di carta manoscritto. Raccoglievamo le foto a noi più care in album, dove incollavamo le stampe dei rullini che avevamo portato dal fotografo per lo sviluppo. In tutti questi rituali c’era molta meno immediatezza rispetto a oggi (il risultato di uno scatto fotografico si apprezzava dopo diversi giorni, se non settimane; le notizie contenute in una lettera erano quasi sempre vecchie e già note), ma in compenso si aveva la certezza di qualcosa di concreto a testimoniare il possesso. Oggi, tutte queste cose possono essere acquisite, condivise e conservate in maniera interamente digitale, senza il bisogno di reali oggetti fisici. Quante cose abbiamo in maniera “virtuale“? Che fine farebbero se, dall’oggi al domani, il nostro computer si rompesse? Continua a leggere

Internet? Sempre + Google!

La notizia di questi giorni, sul web, è stata l’annuncio del nuovo servizio “social” di Google, chiamato Google+. Chi segue le dinamiche delle aziende che operano su internet ha accolto questo lancio con grande entusiasmo, identificandolo con la tanto attesa risposta di Google all’irrefrenabile espansione di Facebook. Sin dalla sua nascita, ad opera degli studenti Larry Page e Sergey Brin nel 1997, Google ha sempre rappresentato il prototipo di società innovativa, capace di usare le tecnologie più avanzate per fornire un’esperienza di navigazione più ricca per tutti. Il motore di ricerca, che ha rapidamente scalzato l’allora monopolista Yahoo! usando un’interfaccia minimale e algoritmi estremamente complessi, rappresenta solo una delle applicazioni online di Google: la società, infatti, permette ai suoi utenti di consultare delle mappe dettagliate di tutto il globo, fino alle foto fatte per strada dalla Google Car (Google Maps), di pubblicare siti web (Google Sites), blog (Blogger), video (YouTube) album fotografici (Picasa), annunci pubblicitari propri e di terzi (AdWords e AdSense), di navigare su internet (con il browser Chrome), di gestire la posta elettronica (GMail), di gestire documenti di testo, fogli di lavoro, disegni, presentazioni, moduli (Google Documenti), di gestire ed analizzare il traffico sui siti web (Analytics), ed altro ancora. Continua a leggere

Internet sul cellulare? All’Opera!

In mezzo alle tristi notizie di guerra che si stanno susseguendo sui vari mezzi di informazione, in questi giorni si stanno scrivendo i nuovi capitoli di un’altra guerra (molto meno cruenta, anzi benefica per il mondo di Internet): la cosiddetta Guerra dei Browser. Se infatti l’utilizzo di Internet è ormai un fatto assodato per una sempre crescente utenza di tutto il mondo, quale sia il programma (“browser”) più diffuso per navigare in rete è una questione aperta ed in continuo mutamento sin dalla nascita del World Wide Web. In principio, infatti, il browser più diffuso per navigare nella neonata rete Internet era il Netscape Navigator, finchè nel 1995 la Microsoft iniziò a produrre un proprio browser: Internet Explorer. Continua a leggere

Sai tenere un segreto?

Il modo migliore di diffondere una notizia è senza dubbio raccontarla dicendo che è un segreto. E’ così che negli ultimi giorni stiamo apprendendo con grande stupore ed apprensione delle notizie che mai, nessuno avrebbe potuto immaginare se non fossero trapelate: il nostro premier è un festaiolo, i cardinali del Vaticano non usano il Blackberry, ed altre amenità simili. Ma come dice un proverbio, “Quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito”: per trovare la vera notizia nella vicenda Wikileaks bisogna sforzarsi di andare oltre, almeno di un paio di livelli di astrazione. Continua a leggere

A qualcuno piace corto

Ovviamente, sto parlando dell’URL! L’Uniform Resource Locator, l’indirizzo delle pagine web (e non solo) che scriviamo nella barra del browser per visualizzare un contenuto in Internet. Questo indirizzo, che sta alla base dei link e quindi di tutta la struttura ad “ipertesto” di Internet, è ormai diventato un utilissimo compagno quotidiano per chi naviga in rete: “vai a vedere questo sito: url wikipedia“, “il mio profilo e’ url facebook” o “guarda un po’ questo video: url youtube” sono frasi molto comuni nei siti internet, in chat, nelle email, ed ormai anche nei discorsi di tutti i giorni! Sugli URL si potrebbe dire molto: dalla loro struttura (su cui lo stesso Tim Berners Lee ha avuto da ridire ultimamente) al loro valore commerciale (il dominio sex.com è stato venduto per 14 milioni di dollari nel 2006).
Anche se un URL del tipo http://marco.fotino.it/2010/04/ubuntu-in-arrivo.html è probabilmente più facile da ricordare di un numero telefonico, resta comunque qualcosa che non desidereremmo mai scrivere su una tastiera (ancor meno sulla tastiera di un telefonino, ora che internet si sta diffondendo sempre più sui dispositivi mobili). Inoltre, linkare una pagina web come http://milano.repubblica.it/cronaca/2010/04/19/news/milano_rissa_nel_priv_dell_hollywood_a_giudizio_irvine_e_il_figlio_della_moratti-3455973 su un servizio come Twitter risulterebbe assai difficile (il servizio consente di postare 140 caratteri, l’URL è lungo 141). Cosa si fa in questi casi? Si ricorre ad un URL Shortener!

Il servizio di URL shortening consiste nel registrare un URL breve che redireziona all’indirizzo originario. Il primo servizio di questo tipo sul web è stato TinyUrl, subito adottato da Twitter per accorciare automaticamente gli indirizzi lunghi inseriti nei tweets. Al momento, Twitter è passato all’utilizzo di Bit.ly per offire la stessa funzionalità, e sta pianificando di aprire un servizio proprio per lo scopo. Google lo ha già fatto, ed i suoi servizi accorciano gli URL tramite il servizio Goo.gl. Lo stesso servizio per YouTube è realizzato da Youtu.be: se vogliamo accorciare l’indirizzo del video http://www.youtube.com/watch?v=FSRMDiJsf98, possiamo usare l’URL equivalente http://youtu.be/FSRMDiJsf98 (la chiave e’ quella visualizzata dopo “?v=” nell’indirizzo originario). Pur avendo un URL di base più lungo rispetto agli altri, TinyUrl offre qualche funzionalità in più: e’ possibile associare una chiave mnemonica all’URL accorciato (come http://tinyurl.com/short-twit) ed è possibile visualizzare un’anteprima della pagina di destinazione scrivendo, ad esempio, http://preview.tinyurl.com/short-twit sulla barra degli indirizzi. Quest’ultima caratteristica può essere molto utile, perchè spesso dietro ad un URL accorciato (e quindi irriconoscibile) si possono celare scherzi, siti inattesi o minacce per il proprio computer. Prima di cliccare su un URL accorciato, quindi, sarebbe utile conoscerne la destinazione: per la maggior parte degli indirizzi accorciati, questo e’ possibile attraverso un altro servizio web: KnowUrl.
In ogni caso, nonostante la sua indubbia utilità, la pratica dello URL shortening non dev’essere abusata: ricordate che usare le redirezioni comporta un raddoppio delle richieste web che fate (una per conoscere la destinazione ed un’altra per raggiungerla). Inoltre, anche un servizio come questo comporta ricadute sulla privacy del navigatore: gestire una mole enorme di URL significa anche poter tenere traccia della navigazione di molti utenti.. Siamo sicuri di voler affidare ad un sito qualsiasi le statistiche di accesso alle nostre pagine web?