Natale 2013: ultima chiamata?

Limiti dello sviluppo scenario 1Anche quest’anno è finalmente giunto il Natale: tempo di bilanci, propositi, previsioni, ma soprattutto di consumismo spinto (anche in tempi di crisi come quelli che stiamo vivendo). Ed è proprio per questo che ho deciso di condividere con voi una storia emblematica per tanti aspetti: le intuizioni di un intellettuale (italiano) che avviano il lavoro di un gruppo internazionale di ricercatori lungimiranti, la cecità della politica e il cinismo dell’industria che riescono a cancellare agli occhi del mondo una scomoda verità, l’indifferenza della gente che rifiuta di credere che di fronte a certi eventi il cambiamento delle proprie abitudini non è più una scelta ma un obbligo. Sembra la trama di una spy story, e invece è la cronaca di quanto si è consumato sotto i nostri occhi negli ultimi decenni, raccontata egregiamente in un documentario che ho visto recentemente, dal titolo “Ultima chiamata: le ragioni non dette della crisi globale”.

Si tratta di un documentario italiano (il regista è Enrico Cerasuolo, tra i consulenti scientifici c’è Luca Mercalli, il metereologo di Che tempo che fa) sul libro “I limiti dello sviluppo” (pubblicato nel 1972), sulle origini di quello studio che cambiò per sempre la visione dello sviluppo dell’umanità e sulle reazioni che negli anni si opposero alla diffusione delle sue conclusioni (che contrastavano decisamente con le consuetudini più radicate in politica e in economia). I massicci tentativi di boicottaggio riuscirono talmente bene che ancora oggi, quarant’anni dopo, nonostante gli ormai innegabili cambiamenti climatici e la crisi globale in atto, siamo ancora qui a chiederci se ciò sia sufficiente a imporci il cambiamento radicale che potrebbe salvare il mondo…

Tutto inizia alla fine degli anni Sessanta, quando un umanista italiano, Aurelio Peccei, ha un’intuizione: l’umanità sembra ormai aver raggiunto un tale grado di civiltà e progresso tecnologico da rendere inefficienti le organizzazioni politiche attuali (gli Stati nazionali) ad affrontare i problemi in atto. Quando i fenomeni sono globali, le soluzioni locali non possono che essere inefficaci. Sulla scia di questa intuizione, Peccei fonda un gruppo di intellettuali (il “Club di Roma”) e promuove diverse conferenze internazionali per discuterne. Le tesi di Peccei vengono accolte con una certa freddezza dai politici, ma fanno scattare una scintilla nella mente di Jay Forrester, professore al MIT e fondatore della dinamica dei sistemi complessi (una disciplina che studia le interazioni tra sistemi apparentemente diversi ma interdipendenti). L’intuizione di Peccei si fonde alla teoria di Forrester, che crea un modello matematico per rappresentare il sistema globale delle risorse e il consumo delle attività produttive umane e mette insieme un gruppo di giovani ricercatori per studiare questo modello. I risultati di questi studi furono pubblicati nel 1972 nel libro “I limiti dello sviluppo”: già durante la prima presentazione dei risultati gli autori (Dennis e Donella Meadows – marito e moglie – e Jorgen Randers) apparivano coscienti del fatto che le loro conclusioni sovvertivano la concezione attuale (radicata fin dalla Rivoluzione Industriale) di “sviluppo economico”. Ma il messaggio lanciato, lungi dall’essere catastrofista, era invece decisamente ottimista: poichè ci siamo resi conto con largo anticipo dei limiti dell’ambiente in cui viviamo, potremo da subito adattare le nostre abitudini affinché non superino mai quel limite! L’accoglienza del mondo politico, accademico ed economico, invece, fu diametralmente opposta: dal momento che i risultati esposti ne “I limiti dello sviluppo” smentivano clamorosamente le tendenze che andavano per la maggiore, l’unico modo per mantenere lo statu quo era smentire quei risultati. Il documentario, a questo punto, racconta degli innumerevoli tentativi di sminuire o di tacciare come allarmismo ingiustificato il lavoro dei ricercatori, che dopo diversi tentativi di spiegare il significato del libro in giro per il mondo, sembrano quasi arrendersi di fronte all’indifferenza (quella sì, globale): Randers si ritirerà per vivere in solitudine a contatto con la natura, mentre Donella Meadows andrà a fondare una piccola comunità eco-sostenibile nel Vermont (dove morirà nel 2001).

Il messaggio de “I limiti dello sviluppo” rimane però attualissimo (gli effetti ormai evidenti del riscaldamento globale e alcuni aspetti della crisi mondiale tuttora in corso lo dimostrano), e oggi più che mai dobbiamo renderci tutti conto che ci avviciniamo a grandi passi verso il punto di non ritorno: l’educazione dei più giovani e la diffusione di pratiche sostenibili tra la popolazione, la scelta di amministratori pubblici capaci di salvaguardare il futuro delle proprie comunità e di governanti capaci di collaborare tra loro per la salvezza del pianeta, il successo economico delle industrie che producono senza devastare l’ambiente non sono più scelte auspicabili, ma sono diventate ormai l’unica strada percorribile verso il futuro dell’umanità. Vi lascio a queste conclusioni non per rovinarvi il Natale, ma per ricordarvi un principio che dovrebbe essere il più natalizio di tutti: di fronte a un problema, non serve a niente lamentarsi, cercare capri espiatori, delegare, procrastinare, ma solo rimboccarsi le maniche e chiedersi “Cosa posso fare per migliorare le cose?”.

Vi auguro buone Feste, e di trovare tutti la vostra risposta.

Un pensiero su “Natale 2013: ultima chiamata?

  1. Pingback: L’adozione dell’IPv6 e il “riscaldamento globale” di Internet | A Dutiful Mind

Commenta questo post: