Don’t worry, be happy!

In every life we have some trouble
But when you worry you make it double

Certe volte i pensieri più semplici sono anche i migliori: questo deve aver pensato Bobby Mc Ferrin, nel 1988, quando scrisse la canzone che lo avrebbe reso famoso in tutto il mondo. Ispirato da una cartolina degli anni ’60 con la frase “Non preoccuparti, sii felice” (motto del santone indiano Meher Baba), Bobby si chiuse in studio e registrò utilizzando tre soli strumenti: il suono della sua voce, un fischio e lo schiocco delle sue dita. Il risultato è il pezzo, piacevolissimo, che ogni tanto amo riascoltare (e rivedere nel video, in cui appare anche Robin Williams):

Anche se aveva già alle spalle dieci anni di carriera come cantante jazz (dotato di orecchio assoluto e 4 ottave di estensione vocale), “Don’t worry, be happy” gli regalò il successo presso il pubblico dei non addetti ai lavori, al punto di costringerlo a diffidare George Bush (padre) dall’uso del motivo nei suoi comizi per le elezioni presidenziali americane (il cantante era infatti un acceso sostenitore dei democratici).

La carriera di Bobby Mc Ferrin, negli anni successivi, ha continuato a dargli delle soddisfazioni (per esempio, ha diretto l’Orchestra Sinfonica di San Francisco e la Filarmonica della Scala), ed oggi si esibisce ancora come provetto improvvisatore jazz. L’esibizione con cui vorrei ricordarlo, però, è quella che si è tenuta al World Science Festival di New York nel 2009: in quell’occasione, Bobby dimostrò l’universalità della scala musicale pentatonica utilizzando il pubblico in sala come strumento! Difficile descriverlo a parole, vale la pena di spendere 3 minuti per guardarlo in azione:

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