Sai tenere un segreto?

Il modo migliore di diffondere una notizia è senza dubbio raccontarla dicendo che è un segreto. E’ così che negli ultimi giorni stiamo apprendendo con grande stupore ed apprensione delle notizie che mai, nessuno avrebbe potuto immaginare se non fossero trapelate: il nostro premier è un festaiolo, i cardinali del Vaticano non usano il Blackberry, ed altre amenità simili. Ma come dice un proverbio, “Quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito”: per trovare la vera notizia nella vicenda Wikileaks bisogna sforzarsi di andare oltre, almeno di un paio di livelli di astrazione.
Primo livello: ci stanno dicendo che i nostri governi hanno dei segreti. Anche questo era facilmente immaginabile, anzi certo (oltre che predetto nel romanzo di Dan Brown Crypto, del 1998). Le informazioni non sono tutte pubbliche, ed il valore di moltissime informazioni risiede nella loro riservatezza. Questo accade anche nella vita quotidiana di tutti noi: non diremmo alcune cose se fosse presente una persona alla quale non vogliamo far sapere ciò che stiamo dicendo. Non c’è nulla di male in questo, si tratta di normale diritto alla privacy e spesso è utile (per esempio, se sto andando a comprarti un regalo non voglio che tu sappia in anticipo cos’è, per non rovinarti la sorpresa). Anche i governi possono e devono mantenere delle informazioni riservate, per motivi anche più nobili (come la sicurezza delle persone).

Ma passiamo oltre, al secondo livello della notizia: ciò che è risultato più evidente, in questi giorni, è che le notizie riservate dei Governi possono sfuggire ai Governi stessi! Questa sì che è una vera notizia, un fatto di cui dobbiamo preoccuparci tutti quanti: come mai queste informazioni, se sono tanto importanti, sono finite in rete? In effetti, i Governi si sono preoccupati subito: hanno cominciato immediatamente a perseguire il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, per le sue malefatte (per il furto di dati? no, per abusi sessuali). Anche i giganti di Internet, da Amazon a Paypal, non hanno tardato a dissociarsi da questo atto sovversivo, rifiutandosi di fornire i propri mezzi per la causa di Wikileaks. Infine, il sito ha subito una miriade di attacchi informatici (curiosamente, proprio quando tra le notizie diffuse c’era quella riguardante il governo cinese che avrebbe usato degli hackers per mettere i bastoni tra le ruote a Google in quel paese). Fortunatamente, nell’epoca di Internet è molto, molto difficile zittire una voce, per quanto scomoda essa sia (e ai tempi delle rivolte in Iran, festeggiavamo per questa cosa!).

Non una parola, invece, per stigmatizzare la leggerezza con cui il Governo statunitense ha custodito questi dati. Se c’è una cosa sicura, infatti, è che le informazioni, specie se sono sensibili, andrebbero protette a dovere. E se queste informazioni sono finite nelle mani di Wikileaks, comunque sia successo, ci devono essere delle responsabilità da parte dei detentori di queste informazioni. I canali usati, erano abbastanza sicuri? I computer e le banche dati dell’Amministrazione sono protetti? E infine (ma non meno importante, anzi), le persone che lavorano con quei dati, sono tutte affidabili? Questi sono i punti cruciali sui quali dovremmo tenere alta la nostra attenzione, perchè noi affidiamo la nostra sicurezza a dei Governi che potrebbero non mostrarsi all’altezza di gestirla (non più, per lo meno..). Questo, e solo questo è il vero scandalo di questi giorni. Ma finora non ne ho sentito parlare.

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