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Alla scoperta delle neuroscienze…

Qualcuno (Einstein?) ha detto: la mente è come un paracadute, funziona meglio quando è aperta! E non c’è niente di meglio, per aprire la mente, che approfittare delle iniziative culturali che le nostre città ci offrono e dei consigli dei nostri amici più fidati. La settimana scorsa, ho avuto un’ottima occasione per aprire la mia mente: un amico fraterno, infatti, mi ha consigliato di partecipare ad un dibattito che si teneva nell’ambito della manifestazione Mantova Creativa 2011, una rassegna di arte, architettura e design. Durante il dibattito, dal titolo “Design e Neuromarketing – Misurare le emozioni”, Nicola de Pisapia (ricercatore nell’ambito neuroscientifico presso l’Università di Trento e collega del mio amico) ha introdotto i suoi studi riguardo al funzionamento del cervello e all’origine del pensiero, con tutte le implicazioni che questi studi hanno (dalla comprensione dell’origine delle nostre decisioni agli stimoli che possono influenzare, anche inconsciamente, tali decisioni).
A questo punto, si rende necessaria una piccola parentesi per rispondere alla più banale delle obiezioni che derivano dalla lettura di queste mie righe: ma a me, tecnico informatico specializzato in telecomunicazioni che lavora per la Pubblica Amministrazione, che interesse può destare un argomento del genere??? Apparentemente nessuno, lo so… ma riagganciandomi all’apertura mentale di cui parlavo all’inizio del post, devo riconoscere che quest’apertura deriva (secondo me) soprattutto dalla capacità di interessarsi agli argomenti più disparati e diversi dalle nostre attività quotidiane di routine, alla continua ricerca di nuovi stimoli e di collegamenti spesso inaspettati. Ed il dibattito a cui ho assistito non ha fatto altro che darmi una conferma scientifica a questa mia impressione, che vi sarà chiara se continuerete a leggere…

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Che cos’è il Dottorato di Ricerca?

Il Dottorato di Ricerca è il più alto grado dell’istruzione universitaria italiana. Un titolo analogo è presente nei sistemi universitari anglosassoni, dove viene chiamato (in latino!) Ph.D., ossia Philosophiae Doctor. Qui in Italia, sono in pochi a conoscere questo titolo di studio post lauream, visto più che altro come un passaggio obbligato per intraprendere la carriera accademica o, in alcuni casi, come un titolo da acquisire per guadagnare punteggio nei concorsi pubblici.
In effetti, la modalità di svolgimento dei corsi di Dottorato non aiuta a far emergere questa figura: i dottorandi italiani accedono ai corsi tramite un concorso che garantisce loro una borsa di studio di un migliaio di euro per tre anni (corrispondenti alla durata del corso) nella metà dei casi (mentre l’altra metà dei dottorandi dovrà accaparrarsi degli assegni di ricerca, solitamente di durata annuale ed importo analogo, oppure mantenersi agli studi per conto proprio). Durante i tre anni del corso, il dottorando è solitamente affidato ad un tutor, cioè ad un professore universitario che lo segua nelle sue ricerche (ma che invece, in moltissimi casi, lo utilizza come manodopera a costo zero per attività didattiche varie ed eventuali). Queste caratteristiche fanno del dottorando il prototipo perfetto del “ricercatore precario”, di cui abbiamo spesso sentito parlare nelle cronache sulla crisi economica tuttora in corso.
Tornando alla definizione del Dottorato di Ricerca, vorrei proporvi una delle migliori descrizioni che abbia letto sull’argomento, scritta da Matthew Might, un professore di informatica dell’Università dello Utah, nel suo blog. La traduco e la riporto di seguito… Continua a leggere